Non deve essere facile rimanere fedeli agli ideali della propria giovinezza e allo stesso tempo prendere atto che il mondo è cambiato intorno a te. Non deve esserlo, soprattutto, se per lavoro fai la spia russa in un paese straniero e i tuoi figli sono nati e cresciuti come cittadini americani. Ma non deve essere semplice neppure crescere una famiglia finta, per giunta americana. Lo è già parecchio quando quella famiglia te la sei scelta, figuriamoci se te l’hanno assegnata per decreto dal cremlino. Insomma saranno pure i magnifici anni ’80, ma Philip ed Elizabeth hanno una vita piuttosto complicata. E non abbiamo neanche ancora menzionato il loro lavoro vero, quello il cui scopo principale sarebbe assassinare target politici cercando per quanto possibile di schivare il controspionaggio americano. Ma qualsiasi pericolosissima missione  impallidisce, oggettivamente, rispetto al dover aver a che fare tutti i giorni con una figlia preadolescente in fase ribelle o con un marito (cioè quello che ti è stato assegnato) che all’improvviso vuole fare il marito per davvero o con una moglie (quella che ti è stata assegnata) che si ostina costantemente a tenere il punto su ogni cosa. Solo i più insensibili non capirebbero per quale motivo i due poverini si ostinino a fare gli agenti sottocopertura nonostante ormai siano quasi più americani del vicino che lavora nell’FBI e malgrado l’apporto dei compagni comunisti oltre cortina lasci non poco a desiderare: chi non affronterebbe ogni giorno l’inferno, pur di non dover affrontare quotidianamente la vita domestica di una normale famiglia americana?