I Fisher sono una famiglia particolare e non perché mandano avanti un’agenzie di pompe funebri. O almeno non solo per quello. E’ che hanno una certa difficoltà a relazionarsi con il mondo esterno (quello dei vivi), per non parlare di quando si tratta di interagire tra loro. In “Six Feet Under” la regola non scritta è che nessuno riesce davvero a comunicare con gli altri, mentre nessuno sembra avere alcun problema quando si tratta di conversare con parenti deceduti ormai da anni. Non sorprende, quindi, che le loro vite siano un immenso groviglio di dolore e rabbia inespressa. Ma nel loro silenzioso senso di impotenza c’è talvolta qualcosa di estremamente bello. Tanto da farti venire il sospetto che sulla morte abbiamo capito qualcosa che ancora a noi sfugge.
(Grazia, 04/2008)