Quest’anno i reality show ci stanno dando certe intime soddisfazioni che davvero non osavamo sperare. Il Grande Fratello, in particolar modo, ci sta regalando un Ascanio in versione zerbino (“indossa una maglietta con su scritto Benvenuti” by Bruno), che neanche nei sogni più arditi potevamo mai immaginare. Eppure è così. L’ambito principe, lo snob sciupafemmine, trasformato – come per magia – in una delle più conosciute figure dell’immaginario collettivo: il servo della gleba.
Era l’esemplificazione banale e scontata del consapevole fascinoso, bramato da moltitudini di altrettanto consapevoli fanciulle, sedotte temporaneamente da quell’atteggiamento superiore e maladrino per tornare poi diligentemente nella schiera dei “poi ci sentiamo”, “ma, sai, sono stato molto preso”, nella fila dei telefonini che non squillano, nelle folle dei “cosa ti aspetti da me?”, nelle legioni di “in questo momento non ho voglia di impegnarmi”. Insomma niente di cui stupirsi. E invece no, stavolta qualcosa è cambiato. Grazie a una nemesi catodica, per uno stravolgimento illogico e geniale delle parti, il carnefice è divenuto vittima. Katia, insipida biondina dalle sparute prospettive d’interesse, si è trasformata nel più spietato degli aguzzini. E il povero principe ci fa quasi tenerezza. Con quei discorsi da liceale perso in turbini ormonali – e in cui ciclicamente tutti ricadiamo – con quelle frasi ripetute allo sfinimento a qualcuno che scientemente non le vuole capire. Quelle parole che, a milioni, da sempre viaggiano su fili telefonici femminili: quei “se non posso avere quelle cose di cui ho bisogno”, “non posso essere sempre io a dare attenzioni”, “vorrei poter esprimere quello che provo”. Le morbose richieste di complicità, le ossessive analisi comportamentali, le turbe mentali che a vagonate hanno riempito pomeriggi, giornate, settimane della mia vita, trascorsa coscienziosamente con amiche a discutere e sminuzzare atteggiamenti maschili di turno e che mai avrei pensato di poter sentire dalle labbra di un principe, il principe Pacelli. Questa si chiama vendetta. Sadica soddisfazione interiore o rivincita morale, mettetela come volete, ma a me fa impazzire. Ed è perfino troppo perfetta per non farmi dubitare che sia stata dettagliatamente sceneggiata. Ma non mi importa, chiunque sia stato – il destino cinico e baro o un autore mediaset – resta qualcosa di meraviglioso. E lui, il nostro eroe, comincia pure a farmi simpatia, se non fosse che è di una pesantezza che raramente ho riscontrato, anche nelle più indefesse fanciulle in crisi sentimentale.


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