E’ bello vedere come a distanza di dieci mesi dalla fine della serie negli States, il dibattito sull’ultima puntata sia ancora aperto, vivo e immutato anche se meno inviperito (è interessante – oltre che inquietante – però notare come siamo ancora tutte perfettamente d’accordo con noi stesse). Credo che questo abbia molto a che fare con la capacità di Sex and the City di riprendere e citare aspetti diversi (e a volte in contraddizione) dell’universo femminile. E credo che abbia anche molto a che fare con l’inevitabile proiezione di noi stesse sulle sorti delle ragazze. Dopo queste osservazioni da sociologo da strapazzo, direi che è meglio fermarsi qui.
Meglio passare a quello che ho scritto per Left Wing in occasione di questa ultima volta.

Alla fine sono arrivate anche su La7 le puntate conclusive di Sex and the City. Con il doppio episodio “in Paris” le ragazze più trasgressive della tv ci hanno salutato definitivamente. Si è conclusa così la serie che per sei stagioni ha popolato i sogni delle donne e gli incubi degli uomini (o viceversa).
Il finale in due atti accontenta tutti e nessuno, lascia spazio a un languido romanticismo e tradisce un po’ la cinica ironia a cui ci aveva abituate. Regala alle protagoniste felicità sentimentali e incornicia il tutto in una dolce e straziante malinconia.
Mentre Carrie parte per Parigi con un sogno al posto del fidanzato, le altre tre ragazze sembrano aver trovato finalmente l’uomo che fa per loro. E questo sarebbe già fin troppo poetico (oltre che statisticamente poco credibile), anche per chi – come noi – per quegli uomini ha tifato spudoratamente. Ma a darci il colpo di grazia ci pensa la nostra Carrie Bradshaw, che quando c’è da fare una mossa avventata non si tira mai indietro e anche stavolta non ha esitato. E così ha mollato un Aleksandr Petrovsky che non ci è mai piaciuto (quello che l’aveva pure portata a Parigi), perché il suo precario equilibrio si muove (come sempre) attorno all’unico uomo che abbia resistito attraverso gli anni, cioè l’unico che sentimentalmente non c’è mai stato: Mr Big.
Per lui ci vorrebbe un capitolo a parte, probabilmente una rubrica a parte.
Ma questa volta è addirittura riuscito in un doppio salto mortale. E sebbene non siamo disposte a credere neanche per un secondo che in sei anni Carrie non abbia mai saputo o usato il suo vero nome, ci è sembrata assolutamente illuminante la metafora che ne viene fuori. Big è talmente irraggiungibile che non ha un nome (tanto meno un cognome). Big è per sua stessa definizione indefinibile e quindi inafferrabile. Ma quando all’ultimo viene preso nella rete, ecco comparire il suo nome. Trasformandosi in un qualsiasi John, Big perde il suo status di uomo-mito e si inserisce di diritto nella schiera degli uomini normali (e l’aspetto imbolsito di Chris Noth non fa altro che rinforzare la sensazione). Può reggere a tutto questo un finale con i fiocchi? Francamente non ne siamo sicure, eravamo troppo impegnate a preoccuparci delle sole due cose che contassero davvero. Due soli tradimenti non avremmo potuto sopportare: l’abbandono di New York e lo scioglimento del quartetto. Siamo consapevoli che questa presunta fedeltà sia oltremodo irreale, ma questo è pur sempre un telefilm e volevamo che rimanesse fedele alla sua filosofia. New York è sempre stata (fin dal titolo) l’anima del telefilm, la quinta splendida protagonista, e mentre (come dice Big) gli uomini andavano e venivano, le ragazze sono state l’unica vera ragione per continuare a seguirlo. Carrie confessa alle amiche: “Cosa sarebbe successo se non vi avessi mai incontrate?”. Loro non sanno immaginarlo, noi nemmeno.





8 Comments

  • >Big perde il suo status di uomo-mito e si inserisce di diritto nella schiera degli uomini normali

    sarà…ma per me chris noth è absofuckinlutely gorgeous pure se imbolsito.
    :)

  • qui, cara mu ci sarebbe da farne un trattato (non a caso ieri ho scritto e riscritto centinaia di cose che poi ho tagliato). Big è big, e resta big, detto questo ciò non toglie che l’abbia trovato proprio sfatto.

  • boh, che ti devo dire…sarà pure che chris noth sfatto è centomilavolte meglio della maggiorparte della popolazione maschile non-sfatta…
    ;-)

  • Secondo me il finale di Sex and the City ha un valore più sociologico che drammaturgico. Cioè: gli autori, dopo aver osato, e molto durante i sei anni del telefilm, hanno capito (o creduto di capire) che il loro pubblico, per quanto allevato a cinismo e trasgressività, non avrebbe tollerato qualcosa di diverso dal classico lieto fine. Ma che parlo a fare io, che ancora mi chiedo cosa ci troviate tutte in quell’armadio a sei ante di Chris Noth?

  • miic: sono abbastanza d’accordo, ho sempre pensato che le ragazze (e per estensione il loro pubblico) fossero molto meno ciniche e trasgressive di quel che sembrasse a prima vista (le più attente questo l’hanno sempre saputo). E anche per questo mi piacevano.

  • miic – non esagerare. chris noth non è un armadio a sei ante…al massimo è un quattro ante (un gran bel pezzo di quattro ante, mi permetto di aggiungere).

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