Ieri correvo disperata su Via Salaria per raggiungere l’università, come al solito avevo fatto tardi. Arrivare fin lì infatti è sempre una tortura dell’inferno, parcheggiare poi manco a parlarne. Per inciso la sede di Via Salaria io la odio, che si sappia; cioè no, è tanto bellina per carità, un gioiellino, che quasi sembra impossibile che esista davvero alla Sapienza una cosa così. Ma l’università in quel punto lì è una delle cose più scomode che si riesca a pensare, anche se mi siedo qualche minuto e mi ci metto a riflettere intensamente. La sede di via salaria, per intenderci, è quella dove c’è sociologia e anche scienze delle comunicazioni, e non si capisce bene perchè (o meglio non lo capisco io, ma ci sarà sicuramente qualche motivazione buona e giusta – prima fra tutte che a vederla da fuori, dentro e tutt’intorno, sembra un’isola felice ed un ingegnere a queste esperienze non è mai abituato) ma al secondo piano di questo edificio c’è il dipartimento di informatica della facoltà di ingegneria, per gli amici il dis, dove – capite bene – la sottoscritta deve recarsi con una certa fastidiosa frequenza.
Insomma correvo nel freddo gelido che ieri è calato su Roma, con il classico vento tra i capelli che agitava il cappottino viola (sì, quello mezza stagione; sì, sono una pazza; sì, ne sono consapevole, cioè non lo ero fino a ieri, poi dopo ieri ho avuto la conferma definitiva) e quasi sembravo superman in lilla. Un gruppo di persone mi veniva incontro sul marciapiede (c’è sempre un folto gruppo di persone che proviene dalla sede di via salaria, infatti di solito ci sono le lauree. Di solito ci sono sempre le lauree. Insomma come è questa storia che tutte le volte che ci vado io trovo sempre le lauree? è una tecnica per colpevolizzarmi?). Comunque una di queste persone, vedendomi correre più veloce del vento, si è girata verso il gruppo per gridare “fate passare, fate passare”. Mentre pensavo che gentile ho continuato a correre sorpassandoli, lui però ha proseguito e lo ha gridato anche a un gruppo di ragazzi dietro di loro. E’ stato allora che non ho potuto fare a meno di domandarmi – sempre correndo – cosa muovesse tutta questa premura e cosa il caro signore pensasse mi fosse accaduto, forse sospettava un’emergenza sanitaria, pensava che io fossi un medico in procinto di salvare vite umane oppure – che carino – era davvero preoccupato per la mia sorte. Poi un dubbio mi ha assalito: non mi starà mica prendendo per il culo?
6 Comments
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ehm….cioè…beh; probabilmente è così
è quel che temevo ;)
Infatti! Comunque, è servito: ti ha agevolato il percorso di guerra ;-)
Brain
Naaaaa figurati e quando mai… sicuramente ti ha scambiato per un importante chirurgo atteso per un’operazione d’urgenza :)
un’infermiera. ti ha scambiato per un’infermiera riccia.
Pischelletta: Stavo per dire la stessa cosa. :-)
Passa un’infermeira riccia con l’accento romano un mucchio di medici intorno ad una barella fra cui un Benton che dice: “Fate passare, fate passare, presto, non è un picnic” ;-)))