Post nostalgico e sentimentale, astenersi no perditempo


Stasera intorno alle 21 su Rai due (come da tradizione), inizierà la decima stagione di ER, medici in prima linea. Sarebbe superfluo parlare della qualità di questo telefilm, di quanto abbia innovato e quante cose siano successe in questi dieci anni. Sarebbe soprattutto stupido, perché – lo ammetto – il mio metro di giudizio non è assolutamente obiettivo, in senso negativo e in senso positivo. Non posso dire che non sia più un grande telefilm, non riesco neanche a pensarlo, rifiuto il concetto stesso, ma altrettanto non riesco a tesserne lodi sperticate avendo negli occhi e nelle orecchie alcune delle magistrali puntate che ci ha offerto in passato.
Trame e sottotrame a decine, che si intrecciavano senza che neanche te ne accorgessi, piccole storie raccontate in un secondo e sentimenti descritti con una sola significativa inquadratura. Storie importanti descritte con delicatezza, quasi sospirate fra un caso e l’altro; emozioni personali a fare da cornice al dramma dei pazienti, un dramma trattato senza facile pietismo e senza eccessiva morbosità. E poi corse, tante corse, corse in gruppo o solitarie, corse reali e corse simboliche. Questo era ER, a volte lo è ancora. A volte. Altre volte invece no. E io quelle volte gliele perdono tutte, gliele perdono ancora.
Anche se ricordo quella puntata delle prima stagione in cui rubarono i carrelli agli altri reparti: Doug, Carol, Carter e Lydia si nascosero nei bagni e poi Carol – per caso nell’ascensore – confidò a Lydia che con Ross l’avevano fatto sul pavimento della cucina al primo appuntamento. E ricordo Carol e Susan sul tetto in Motherhood. Carter e il suo camice su misura. E ricordo Blizzard: la tempesta di neve, la calma, il baseball sulle sedie a rotelle, e poi… l’inferno. L’inferno dove lavorano gli angeli diceva la pubblicità, ma non erano angeli, non lo sono mai stati; è questo che mi piaceva. Erano sfigatissimi medici, con svariati problemi personali e pochissimo tempo per risolverli. Lo sono ancora sfigati, ma hanno un po’ troppo tempo per risolverli. E poi cerco di dimenticare Love’s Labor Lost. Perché questi medici – ed era davvero una novità – sbagliavano. A volte perdevano perfino i pazienti; a volte erano impotenti. Un gran casino. Un continuo gran casino.
La logica del caos – che si inserisce dove non dovrebbe essere, dove in tv di solito non c’è e che invece nella realtà c’è eccome – era perfetta. Era stata pensata e messa a punto da John Wells, Michael Crichton e Steven Spielberg, ed era condotta da registi sapienti e da produttori attentissimi. Non era solo un intento di superficie, ma una continua ricerca di sceneggiatura, in cui il sacro si avvicina al profano, il ridicolo alla tragedia, la leggerezza alla serietà, ma solo per qualche attimo per poi scappar via. Scappar via verso altri mille problemi, come accade spesso nella vita. Come quella scena in cui in piena emergenza entra un ragazzo con una freccia finta infilata in testa, si aggira solitario per il pronto soccorso e poi se ne va; quella stessa scena che citava Clooney ricordando che più tardi avrebbe dovuto combattere per lasciare sospesa nell’aria una scena così.
E infine il sangue, litri di sangue, perché come spiegava Julianna Margulies per Spielberg (nelle sue occasionali visite) il sangue non era mai abbastanza.
Nell’inverno del ’96 (se non ho sbagliato i calcoli) tutto questo appariva anche sui nostri schermi e non aveva un impatto immediato come si potrebbe pensare. ER rimase a lungo, per molti, due letterine dell’alfabeto. Sicuramente lo ebbe per me. Mi bastò una sola scena per rimanere incollata per anni. Per restarci incollata ancora adesso. Stasera sarò incollata là ancora una volta. Non cercatemi.






31 Comments

Comments are closed.