Aridatece er canada è la frase gridata da un gruppo di ragazzi poco sotto di noi dopo la quinta meta degli all blacks. Eravano sul 35 a 3.
La mia prima partita dal vivo: agli all black – anche a causa dell’arrivo in massa di amici neofiti – non ho potuto proprio sfuggire. L’atmosfera è insolita e allegra, ma il meglio viene dentro lo stadio.
La banda, la haka, gli inni, tutto secondo copione: ero preparata e non sono rimasta delusa. Ci sediamo, intorno a noi c’è gente neofita come me (si capisce dai commenti) e tifosi di lunga militanza. Un puzzle di maglie azzurre e maglie nere. Il socio – per non fare torto a nessuno – sfoggia la maglia azzurra e il cappellino nero degli allblacks.
Nella nostra fila passa un signore (probabilmente) di origine maori, dietro di lui una bimba bionda alta meno di un metro in tuta nera degli all blacks, dietro di lei un bambino poco più alto nella stessa tutta nera e ancora dietro un altro bambino vestito nello stesso modo. Bellissimi. Poco dopo li rivedo seduti due file dietro di noi, sono un’intera comitiva neozelandese e hanno anche uno striscione scritto in maori (presumo).
Bello l’inno italiano cantato all’unisono, tutto proprio tutto lo stadio, ma altrettanto bello il rispettoso e affettuoso silenzio durante l’inno neozelandese, cantato da una minoranza festante e orgogliosa. Kirwan, invece, li canta entrambi (il socio me lo fa notare dal maxischermo).
Pronti e via. Neanche il tempo di realizzare e un mantra ci avvolge: un “ohhh”, un altro e un altro ancora, meta. La prima. Ce ne saranno subito altre due. Tre mete in sette minuti. Tutte proprio davanti a noi, tutte belle e fin troppo facili. Ad ogni meta un accidenti e un applauso.
Intorno a me, come un gigantesco rito collettivo, sento un continuo rincorrersi di esclamazioni, un vespaio di commenti tecnici che si soprappongono, che accompagnano passo dopo passo ogni mossa, anche la più piccola (roba che io non riesco neanche a vedere). Una telecronaca onomatopeica. Il socio di maggiornaza, invece, prosegue imperterrito il suo dialogo solitario con i giocatori e più di una volta potrebbe anche essere espulso dal Grande Fratello.
Il secondo tempo fila via più rilassato, ma è proprio lui ha regalarci una vera soddisfazione. L’ultima. La meta di Bergamasco: sotto i miei occhi e quelli della fotocamera. Tutto lo stadio è in piedi festante. Noi pure, e poi tutti a casa contenti.






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