Dall’idealismo di West Wing al cinismo di House of Cards: i corridoi della Casa bianca parlano anche di noi

Dall’idealismo di West Wing al cinismo di House of Cards: i corridoi della Casa bianca parlano anche di noi

C’è chi pensa che non sia un caso che dal giorno in cui il presidente Bartlet ha cominciato a far battere i nostri cuori siano passati ormai una quindicina di anni, e che adesso al suo posto ci sia invece uno come Underwood che pur di ottenere i voti che gli servivano ha fatto ben peggio che vendersi la nonna. Non perché all’epoca la politica fosse migliore, ma perché probabilmente siamo noi a essere cambiati. E forse è proprio la politica ad averci cambiato.

Il resto, come sempre, nel numero 3 di Left Wing.

Come farsi odiare dalle amiche: Ethan Hawke, Julie Delpy e certi ideali tardo-adolescenziali

Post di | 25 Feb, 2014 in left wing, teledipendenze | Nessun commento
Come farsi odiare dalle amiche: Ethan Hawke, Julie Delpy e certi ideali tardo-adolescenziali

“Allora, questa macchina del tempo, come funziona? C’è bisogno che io sia nuda per farla funzionare?”. “Eh sì, è un vero problema, i vestiti non viaggiano nel continuum spazio-temporale”. Non è l’approccio di due ventenni al primo appuntamento. Avrebbe potuto esserlo, se solo fossimo in un altro decennio. È la scena con cui si conclude Prima di mezzanotte, l’ultimo capitolo della trilogia di Richard Linklater.

Il resto nel numero 2 di Left Wing.

Perché Lost è sempre stata una serie sulla fede

Post di | 7 Nov, 2013 in left wing, teledipendenze | Nessun commento
Perché Lost è sempre stata una serie sulla fede

Nel numero 1 di Left Wing:

La verità è che Lost è sempre stata in tutto e per tutto una serie sulla fede. Sulla fede dei suoi telespettatori, che hanno seguito senza un momento di esitazione ogni più assurdo sviluppo della trama, confidando di poter un giorno scoprire tutto l’inspiegabile. Sulla fede dei suoi personaggi, che venivano continuamente messi alla prova, di fronte a scelte che avrebbero determinato il loro destino. E sulla fede – ora lo possiamo dire – che era alla base dell’intero arco narrativo della serie. La fede era il mezzo e, in ultima analisi, era anche il fine ultimo. Ma questo non lo abbiamo scoperto veramente se non alla fine. E molti non l’hanno voluto credere neanche dopo.

Il resto, come sempre, qui.

Film per ragazzine e coscienza di classe

Post di | 7 Ott, 2013 in left wing | Nessun commento
Film per ragazzine e coscienza di classe

Il numero 0 di Left Wing di carta è uscito nel luglio scorso. Ora è online anche la parte che mi riguarda.

C’è questa scena. Interno fabbrica: fumo, scintille, lamiere che si sovrappongono, operai al lavoro. L’inquadratura si stringe su uno di loro, una maschera da saldatore a proteggere il viso, e sulla maschera un nome: Alex. L’operaio si ferma, si toglie la maschera e ne escono una cascata di riccioli castani. Chiunque sia transitato per gli anni Ottanta anche solo per un secondo sa di cosa si tratta: è l’inizio di Flashdance e lei è Jennifer Beals. Basterebbe questo a spiegare come chiunque si sia formato in quegli anni non abbia potuto non introiettare il concetto fondamentale che va bene l’amore, i sogni di gloria e perfino il principe azzurro, ma prima di tutto, nella vita, c’è bisogno di un solido posto di lavoro.

Il resto, come sempre, qui.

As I went out walking one fine summer morning

Post di | 13 Giu, 2013 in ipoteticismi, left wing | Nessun commento
As I went out walking one fine summer morning

– Ciao, disturbo?
– Che succede?
– Abbiamo pensato che fosse giusto che uno di noi ti chiamasse, in modo che tu potessi prenderlo a male parole personalmente.
– Mi devo preoccupare?
– Non so, fai tu.
– Di che si tratta?
– Ecco, ci sarebbe venuta un’idea…
– Ho capito, mi siedo.

E’ cominciata così, comincia sempre così per la verità. A dieci anni dalla sua nascita sul web, Left Wing diventa anche di carta. Perché a noi le cose se non sono difficili non ci piacciono. E per rispettare le tradizioni nel primo numero ci sono anche io.

As time goes by

Post di | 7 Giu, 2013 in teledipendenze | Nessun commento
As time goes by

Se in cima alla classifica delle migliori 101 serie tv c’è lui, Tony Soprano, non può che farci piacere: E’ un po’ come vedere svettare uno di casa. Uno che hai imparato a conoscere e ad amare nelle lunghe estati in cui andava in onda a orari da nottambuli, e solo i nottambuli – per l’appunto – avevano il privilegio di vederlo. Erano tempi in cui James Gandolfini era un mito indiscusso e si voleva vederlo un po’ dappertutto (anche come protagonista di Chorus Line, per dire), ché tanto si era certi avrebbe comunque fatto la sua porca figura. Per il resto, come per ogni classifica si è d’accordo e non si è d’accordo per niente, ché in fondo le classifiche servono a questo: a dissentire profondamente. Ma a scorrerla fa un po’ impressione: Mash, Seinfield, All in the family, che seguivi pur essendo troppo stupida o troppo giovane per apprezzarne veramente la bellezza. Mary Tyler Moore, Hill Street Blues, Cheers, Family Ties, Moonlight, L. A. Law che ti hanno iniziato all’ossessione. E poi tutti gli altri, nel periodo della fissazione e della consapevolezza: Twin Peaks, Star Trek, Friends, Fraiser, Roseanne, Northern Exposure, Sex and the City, House, e poi ER e naturalmente West Wing. Perché le classifiche servono anche a questo: a farti sentire gli anni.

Bugalkov e l’immaginario televisivo

Post di | 24 Mag, 2013 in teledipendenze | Nessun commento
Bugalkov e l’immaginario televisivo

Possono due icone del grande e piccolo schermo come Daniel Radcliffe, al secolo Harry Potter, e Jon Hamm, il protagonista di Mad Men, sopravvivere a se stessi e soprattutto ai loro personaggi? Di certo possono riuscire a spiazzare l’avversario. In questi giorni li ritroviamo in Appunti di un giovane medico, serie molto british e molto dark comedy liberamente tratta dai racconti di Mikhail Bulgakov, in cui si ripercorrono le prime esperienze di un giovane medico costretto ad andare a esercitare in un piccolo ospedale sperduto in mezzo alla neve, nella Russia del 1917. E già questo dovrebbe bastare per far capire lo straniamento. Il fatto singolare però è un altro. I due protagonisti interpretano lo stesso personaggio: Radcliffe è il medico da giovane e Hamm è lo stesso medico 17 anni dopo, quando con la memoria ripercorre quei giorni claustrofobici e infelici. Siccome, però, non era bello averli entrambi e tenerli separati con la banale scusa degli anni che tecnicamente li dividono, i due recitano pure fianco a fianco per tutto il tempo, come se nulla fosse. Ma d’altra parte in quanto a sospensione dell’incredulità  hanno maturato entrambi una lunga e ben rodata esperienza.

Enough?

Post di | 24 Giu, 2012 in sorkinismi, teledipendenze, west wing | Nessun commento

it's not

Will: And you—sorority girl—yeah—just in case you accidentally wander into a voting booth one day, there are some things you should know, one of them is that there is absolutely no evidence to support the statement that we’re the greatest country in the world. We’re seventh in literacy, twenty-seventh in math, twenty-second in science, forty-ninth in life expectancy, 178th in infant mortality, third in median household income, number four in labor force and number four in exports.
We lead the world in only three categories: number of incarcerated citizens per capita, number of adults who believe angels are real, and defense spending, where we spend more than the next twenty-six countries combined, twenty-five of whom are allies. None of this is the fault of a 20-year-old college student, but you, nonetheless, are without a doubt, a member of the WORST-period-GENERATION-period-EVER-period.
So when you ask what makes us the greatest country in the world, I don’t know what the fuck you’re talking about? Yosemite?

[Pause]

Will: Sure we used to be. We stood up for what was right. We fought for moral reasons, we passed laws, struck down laws for moral reasons. We waged wars on poverty, not poor people. We sacrificed, we cared about our neighbors, we put our money where our mouths were, and we never beat our chest. We built great big things, made ungodly technological advances, explored the universe, cured diseases, we cultivated the world’s greatest artists and the world’s greatest economy. We reached for the stars, acted like men. We aspired to intelligence; we didn’t belittle it; it didn’t make us feel inferior. We didn’t identify ourselves by who we voted for in the last election, we didn’t scare so easy.
We were able to be all these things and do all these things because we were informed. By great men, men who were revered.
The first step in solving any problem is recognizing there is one—America is not the greatest country in the world anymore.

Will:
[to moderator] Enough?


Tutto questo solo nei primi 5 minuti di The Newsroom.
(via GQ: How to Write an Aaron Sorkin Script)

The countdown

Post di | 17 Giu, 2012 in sorkinismi, teledipendenze | Nessun commento

The Newsroom: 24 giugno. C’è bisogno di dire altro?

Recensione breve /2 – Person of interest

Post di | 18 Gen, 2012 in teledipendenze | Nessun commento

Se vi piacciono i numeri e adorate Michael Emerson. Qui lo si adora tanto. Epperò dopo un po’ du palle.

Recensione breve /1 – Homeland

Post di | 18 Gen, 2012 in teledipendenze | Nessun commento

Se vi piaceva 24. E amate Damian Lewis (sì, quello di Band of Brothers e Life), a me piace tanto. E’ solo che non sopporto Claire Danes. E’ un problema di priorità .

Perfect timing

Post di | 25 Ott, 2011 in brevi dal mondo | Nessun commento

Eppure continuo a pensare che la cosa più pazzesca di quella scena sia il perfetto tempo comico con cui si guardano. Sono quelle cose che se le provi un miliardo di volte non ti riescono. A loro è riuscita al primo colpo, vorrà  pur dire qualcosa.

Meet me in the crowd

Post di | 22 Set, 2011 in ipoteticismi | 2 Commenti

I R.E.M. li ho scoperti tardi, come quasi tutto nella vita. E naturalmente è stata tutta colpa di “Out of Time”, perché ci piace essere scontate fino in fondo. Ma non fu solo a causa dell’insensata bellezza di “Losing my religion”. Credo che in parte fosse colpa di “Shiny happy people” e so che non fa fico dirlo. Più della canzone, per giunta, fece il video, con il nastro che gira dietro di loro e Stipe con quel ridicolo cappellino. Ma il ricordo più nitido che li riguarda è di alcuni anni dopo e risale al giorno in cui mi regalarono un cd che conteneva l’intera discografia. Ora il fatto è che eravamo sul finire degli anni ’90, gli mp3 erano ancora una scoperta recentissima e napster (o chi per lui) doveva ancora fare irruzione violenta nelle nostre vite. Insomma c’era della pazzia in quel gesto, e in effetti non è che nessuno di noi fosse un tipo normale allora (neanche adesso, per la verità). Nel cd c’era roba che non avevo mai neanche sentito norminare. E cose che probabilmente anche adesso farei fatica a riconoscere. Ma da quel momento i R.E.M. iniziarono a essere anche roba mia. Quel cd ce l’ho ancora ovviamente, anche se ormai non funziona più. E in fondo – forse – è giusto così.

Cose che succedono

Post di | 4 Set, 2011 in teledipendenze, west wing | Nessun commento

Allora capita che una si ricordi che voleva rivedere tutto Sports Night e che se l’era messo da parte. E capita che una notte di settembre – sembra un film di paura ma non lo è – si metta lì a rivedere per bene tutte le puntate fin dall’inizio, ché per benino in verità  non era mai riuscita a vederlo. Allora, Sports Night è una serie di Aaron Sorkin – sorpresona – ma va detto che è una serie che è andata in onda dal 1998 al 2000 (prima che si inventasse quel capolavoro assoluto che è West Wing). Per di più è una comedy di mezz’ora: proprio come tutte le comedy che il cielo ha creato. Il fatto è che rivedendolo viene da pensare che chiunque sostenesse al tempo di Studio 60 che il problema di Sorkin era che non sapeva scrivere serie che facessero ridere, di certo non aveva mai visto neanche una puntata di Sports Night. Perché è un gioiellino di così rara bellezza, ritmo e perfezione comica che a volte ti viene da pensare che in vita sua non avrebbe dovuto scrivere altro che comedy. Certo, poi ti ricordi di West Wing.

Oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente

Post di | 24 Nov, 2010 in splinder, teledipendenze | 2 Commenti

Faccio finta di niente, mi sgranchisco le gambe e torno a fare come si faceva un tempo da queste parti. Insomma, ecco le cose che ho imparato da Vieni via con me, su Left Wing, come ai vecchi tempi.